Alle 07.00 di mattina, c’è ancora buio. L’aria che sa di mare, battendo ininterrotta le vie del paese, arrivandomi dritta in volto come uno schiaffo inaspettato, ha come l’effetto benefico di svegliarmi di colpo dopo una splendida notte di sonno sotto una bufera di vento e pioggia. Attraverso le strisce pedonali di fronte agli uffici del teatro, trasformatosi provvisoriamente in mia dimora. Nel buio, riesco appena a scorgere un signore non vedente che, in abito da sportivo, se ne passa accompagnato dal suo bastone facendo jogging: sente la mia presenza lontano dieci metri, mi saluta con un sorriso ed un cordiale “good morning”. In questo senso, il buio è de-gerarchizzante: anzi, forse lo è ancora, ma a mio svantaggio…
Attraverso la strada infrangendo i riflessi delle luci sull’asfalto bagnato dalla pioggia che continua a scendere sottile ed impertinente. Non mi sono nemmeno preoccupato di portare con me l’ombrello per non sembrare troppo straniero: da queste parti cosi piovose, paradossalmente, è’ uno degli strumenti meno utilizzati dalla gente, anche se non riesco ancora a capirne il perché… Scendo la scalinata in legno che da Lawrence Street precipita diritta a Water Street, la via principale, o forse anche l’unica degna di tale nome del paese. Non c’è un’anima viva in giro, per fortuna le vetrine dei negozi, perennemente accese (anche di giorno? Non ho controllato, ma non mi stupirebbe) mi tengono compagnia, alla pari del vento che mi sta accompagnando da quando sono uscito dalla mia roulotte. La strada è ricoperta di foglie che, ormai da qualche settimana, stanno cadendo dagli alberi segnando definitivamente l’arrivo dell’autunno, quello “vero”. Mi lancio lungo il marciapiede a velocità supersonica dopo che l’ennesima raffica di vento e pioggia mi centra in pieno facendomi barcollare come un ubriaco: penso che forse, passando radente al muro, l’effetto dell’alcool metereologico possa farsi sentire un po’ di meno, ma mi sbaglio, anche se di poco.
Arrivo all’incrocio con Belmont sapendo che dietro l’angolo, mi aspetta, come un appiglio psicologico, il coffee shop “Better Living” tirando un ipocrita sospiro di sollievo: in realtà mi piace passeggiare sotto questa pioggia cosi diversa da quella italiana.. Entro nel locale; a parte la giovane cameriera sono solo. Le finestre, cosi vicine al mare da dare l’impressione di essere sospese sopra l’acqua, sono sferzate dalla pioggia che, seppur diversa da quella italiana, battendo sui vetri, fa lo stesso rumore di carta stropicciata. Mi accomodo al mio solito posto o stamattina mi sistemo sul divano? Beh, dato che devo mettermi al lavoro e scrivere, opto per la prima soluzione, privilegiando la sedia ed il tavolino al divano, cosi invitante ma, allo stesso tempo, cosi “posturalmente” dannoso. La giovane mi guarda e mi fa un sorriso: ormai è abituata a vedermi entrare la mattina cosi presto. Ordino il mio solito Green thea cosi amaro che neppure con tre cucchiai di miele si riesce ad addolcirlo: la prima mattina che sono venuto qui, ho provato con uno, ottenendo il risultato di smascherare le mie origini italiane… solo gli italiani addolciscono il thea. La mattina successiva, non avendo più nulla da tenere nascosto, ho provato ad aggiungerne due invano; la terza ne ho messi tre e cosi via, arrivando a svuotare mezza bottiglietta di miele nella mia tazza, ma sempre senza ottenere risultati, se non quello di far impennare i miei trigliceridi: il Green thea è amaro lo stesso. Dopo un settimana di tentativi, mi sono “americanizzato” anche io, prendendolo “liscio”… se continuo di questo passo, il mio processo di osmosi mi porterà presto ad andare in giro sotto la pioggia calzando le infradito, come quasi tutti fanno da queste parti (ma perché?).
Dopo qualche minuto che sto violentando la tastiera del mio portatile, entra un anziano signore: a prima vista è lo stesso che è entrato la mattina scorsa. Porta il basco, una sciarpa, cappotto da marinaio, pantaloni e… caspita, ancora loro, i sandali senza pedalini! Domattina, giuro, uscirò in infradito anche io! Anche lui mi sorride; ordina un chocolate chip cookie, estrae dalla tasca delle giacca un libro e si mette seduto a leggere. Non saprei dire quanto tempo passa, scrivendo perdo spesso la nozione del tempo, ma dopo un po’, il vecchio signore seduto al tavolo vicino al mio si stiracchia, si alza, dice qualcosa alla cameriera e torna a sedersi: mi guarda e mi sorride ancora, poi mi chiede “are you italian?” Cazzo, ma ce l’ho scritto in fronte? Dopo un attimo di sgomento e sorpresa rispondo sorridendo: “Oui, je suis italien…” (quanto sono stupido, eh?) Il timore che inizi a farmi rifermenti su Berlusconi mi assale, ma per fortuna, questo paese è frequentato prevalentemente da persone in fuga dal mondo cosiddetto “formale” e a nessuno ne frega nulla di Berlusconi, Obama, Ahmdinejad o quant’altro. Parlando con lui, scopro di essere diventato una sorta di celebrità; il workshop che ho tenuto la settimana scorsa al teatro, ha fatto in modo che la notizia della presenza “del regista italiano” nel piccolo paese, si fosse propagata velocemente. Per un attimo mi sento come Buffalo Bill a Roma, poi, riacquistando un po’ di umiltà, penso che, in effetti, in un paese di settemila anime, un italiano che si aggira al buio come uno zombie non passi inosservata, anche se a nessuno ne frega nulla: penso a quello che succederebbe se a Narni, comparisse un americano che tiene dei workshop sul teatro e che se ne va per i caffè alle sette di mattina… intervento della guardia medica con camicia di forza!!!
L’intervento dell’anziano signore, mi offre la sponda per ripensare ai workshop, e ai commenti lasciati dai partecipanti al termine dell’ultima lezione. Fra i vari attestati di stima, ce n’è uno che, a prima vista, non mi colpisce molto, ma dopo la rilettura chiarificatrice di Brittney, acquista un valore importantissimo. Sul biglietto, c’è scritta una frase che, a grandi linee, suonerebbe più o meno cosi: “è un vero onore essere diretti da un Master come Jermanno”. Beh, il termine “Master”, mi spiega Brittney, non è molto usato da queste parti: significa molto più di maestro; significa che chi l’ha scritto, ha consegnato un attestato di stima dal valore assoluto; significa che… da queste parti, sanno esattamente come farti sentire importante! (soprattutto quando la maggior parte dei partecipanti ai workshop fanno teatro da più di venti anni…).
Ormai il coffee shop è pieno di gente che lavora: molti lo utilizzano come vero e proprio ufficio. Arrivano con il loro portatile, si collegano ad internet (qui wireless arriva anche nei bagni pubblici…) ed iniziano a scrivere e ridere fra loro con una naturalezza disarmante: fra un po’, immagino che il gruppo di musicisti che si incontrano qui tutti i giorni, faranno la loro apparizione ed inizieranno a suonare musica irlandese… la cameriera sta facendo una sciarpa ai ferri, un gruppo di persone sta seduto di fianco a me ad organizzare un cineforum (da quello che ho capito, pare che vogliano fare una serata Hitchcock), poco distanti, due amiche quarantenni, stanno compilando un documento di lavoro e due signori seduti al bancone, rigorosamente in t-shirt e pantaloni corti, fanno colazione prima del jogging mattutino sotto la pioggia-vento e nessuno si cura del loro abbigliamento, per me, bizzarro: perché da “noi” queste cose non succedono?
Dimenticavo: fuori, dai vetri appannati, si scorge il mare grigio increspato dalle onde. I passeggeri che stanno salendo sul traghetto per Seattle, oggi balleranno un po’ ma, tanto, qui ci sono abituati… come ad andare in giro sotto la pioggia con le infradito!! Ho trovato! Da noi, queste cose non succedono perché, forse, siamo cosi lontani dal mare grigio e dalle nuvole: da noi c’è il sole. Magari, ultimamente è un po’ offuscato dallo smog vomitato fuori dai tumorifici sorti come funghi nella conca ternana, ma, in fondo, noi siamo pragmatici: se moriamo di tumore alle vie respiratorie, l’importante è farlo con eleganza calzando scarpe, rigorosamente griffate, da 200 Euro a paio, non come qui, che se ne vanno in giro con le infradito… Loro non lo sanno, ma da vecchi, avranno tutti l’artrite ai piedi: che scemi!!!!
Germano Rubbi